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Non abbiamo perso l’attenzione.Abbiamo smesso di regalarla.

Social, podcast e intelligenza artificiale stanno cambiando il modo in cui scegliamo cosa guardare,leggere e ascoltare, e perché nei prossimi cinque anni,la vera sfida della comunicazione sarà conquistare fiducia, non semplicemente visibilità.
27 agosto 2026 di
Non abbiamo perso l’attenzione.Abbiamo smesso di regalarla.
Massimiliano Basile

Non abbiamo perso l’attenzione. Abbiamo smesso di regalarla.

Da qualche anno, quando si parla di comunicazione digitale, torna continuamente la stessa idea: le persone non leggono più, hanno una soglia di attenzione sempre più bassa e tutto deve essere condensato in pochi secondi. 

È una rappresentazione efficace, perché descrive bene ciò che osserviamo ogni giorno sui social, ma rischia anche di semplificare troppo un comportamento molto più complesso. Se infatti fosse davvero diminuita la nostra capacità di concentrarci, sarebbe difficile spiegare perché la stessa persona che abbandona un Reel dopo tre secondi possa poi ascoltare un podcast di quaranta minuti, seguire una recensione tecnica su YouTube per mezz’ora o trascorrere una serata intera davanti a una serie televisiva.

Il punto, quindi, probabilmente non è che abbiamo perso l’attenzione, ma che siamo diventati molto più selettivi nel concederla.

Questa distinzione cambia completamente il modo in cui dovremmo interpretare l’evoluzione della comunicazione digitale. Quando una persona apre Instagram, TikTok, YouTube Shorts o qualsiasi feed algoritmico, entra in una modalità mentale molto particolare: non sta necessariamente cercando di approfondire un argomento, ma sta valutando rapidamente una successione di stimoli. Ogni contenuto viene sottoposto a una specie di microgiudizio istantaneo: mi riguarda, mi interessa, l’ho già visto, conosco questa persona, mi sembra utile, mi incuriosisce abbastanza da fermarmi?

Secondo il report 2026 AI and Digital Trends di Adobe, circa metà dei consumatori ritiene che un brand abbia tra due e cinque secondi per catturare la propria attenzione. Il dato è interessante non perché dimostri che la nostra mente sia incapace di concentrarsi più a lungo, ma perché suggerisce quanto si sia ridotto il tempo disponibile per convincerci che un contenuto merita di essere seguito. In altre parole, quei primi secondi non rappresentano la durata dell’attenzione, bensì la durata della decisione.

Questo fenomeno è strettamente collegato all’enorme aumento dell’offerta di contenuti. Fino a pochi decenni fa il numero di fonti disponibili era relativamente limitato. La televisione aveva pochi canali, i giornali erano pochi e perfino la navigazione sul web richiedeva un atto intenzionale: digitare un indirizzo, fare una ricerca, aprire un sito. Il feed algoritmico ha invece trasformato l’esperienza digitale in un flusso potenzialmente infinito, nel quale l’alternativa a ciò che stiamo guardando è sempre immediatamente disponibile.

Il gesto dello scroll è diventato quindi qualcosa di più di una semplice abitudine: è un meccanismo di selezione. Se un contenuto non genera abbastanza interesse, il costo dell’abbandono è praticamente nullo, perché un altro contenuto arriva immediatamente dopo. In questo contesto, il consumatore non è necessariamente meno attento; è semplicemente più efficiente nell’eliminare ciò che percepisce come irrilevante.

Ed è qui che entra in gioco uno dei cambiamenti più importanti dei prossimi cinque anni. L’intelligenza artificiale generativa sta riducendo rapidamente il costo e il tempo necessari per produrre contenuti. Testi, immagini, video, voice-over, podcast, traduzioni e grafiche possono già oggi essere realizzati in quantità che fino a pochi anni fa avrebbero richiesto intere squadre di lavoro. Nei prossimi anni questa capacità crescerà ulteriormente e renderà la produzione di contenuti sempre più accessibile.

Paradossalmente, però, maggiore sarà la quantità di contenuti prodotti, minore sarà il valore del semplice atto di produrli.

Se tutti possono generare una buona immagine, una buona immagine non rappresenterà più un vantaggio competitivo. Se tutti possono ottenere un video tecnicamente corretto, la qualità tecnica smetterà di essere sufficiente. Se tutti possono pubblicare decine di articoli, il numero degli articoli pubblicati non sarà più un indicatore di autorevolezza.

Il pesce rosso può stare tranquillo

Per anni abbiamo ripetuto una di quelle statistiche che nel marketing funzionano benissimo perché sono semplici, drammatiche e soprattutto perfette per una slide: l’essere umano avrebbe ormai una soglia di attenzione di appena otto secondi, addirittura inferiore a quella di un pesce rosso. Il povero pesce rosso, quindi, oltre a girare tutto il giorno nella stessa boccia, avrebbe anche il privilegio di essere cognitivamente più performante di noi.

Peccato che la storia abbia un piccolo difetto: non ci sono solide evidenze scientifiche che la dimostrino. La BBC aveva già provato a risalire alla ricerca da cui sarebbe nato il famoso dato degli otto secondi, senza riuscire a trovare una base scientifica convincente per sostenere che l’attenzione umana sia realmente precipitata a quel livello.

Del resto basta osservare il nostro comportamento quotidiano per accorgersi che qualcosa non torna. Possiamo liquidare un Reel dopo due secondi e la sera guardare tre episodi consecutivi di una serie. Possiamo abbandonare un articolo dopo il titolo e ascoltare novanta minuti di podcast. Possiamo scorrere dieci post alla velocità della luce e poi perdere venti minuti a leggere una discussione nei commenti tra due perfetti sconosciuti che litigano su quale sia il modo corretto di cuocere la carbonara.

Evidentemente, quindi, non siamo diventati incapaci di prestare attenzione. Siamo diventati molto più rapidi nel decidere a cosa vogliamo prestarla.

Ed è qui che la questione diventa molto più interessante per chi si occupa di comunicazione. La domanda non dovrebbe essere: “Per quanto tempo una persona riesce a rimanere concentrata?” Dovremmo piuttosto chiederci: “Quanto tempo abbiamo per convincerla che quello che stiamo dicendo merita altri secondi della sua vita?”

Su questo i numeri sono decisamente meno rassicuranti. Nel report 2026 AI and Digital Trends, Adobe ha chiesto a 4.000 consumatori quanto tempo concedano normalmente a un brand per catturare la loro attenzione attraverso un’e-mail, una pubblicità o un contenuto social. Il 19% risponde meno di due secondi, il 50% tra due e cinque secondi e soltanto il 6% arriva oltre i quindici.

Insomma, il pesce rosso è assolto. Il problema non è riuscire a mantenere l’attenzione per cinque secondi: è convincere qualcuno, entro quei cinque secondi, che valga la pena concedercene un sesto.

E quel sesto secondo, nella comunicazione digitale di oggi, potrebbe essere uno dei più costosi che esistano.

Il vero limite: il tempo umano.

Possiamo moltiplicare quasi indefinitamente il numero di contenuti, ma non possiamo moltiplicare le ore della giornata. Per questo la comunicazione digitale dei prossimi anni sarà sempre più caratterizzata da una tensione tra abbondanza dell’offerta e scarsità dell’attenzione. A questa dinamica se ne aggiungerà una seconda, ancora più importante: la scarsità della fiducia.

Più aumenteranno i contenuti sintetici, automatizzati o prodotti con l’intelligenza artificiale, più diventerà difficile capire chi c’è dietro una comunicazione, quali competenze possiede e perché dovrebbe essere considerato credibile. Di conseguenza, la capacità di costruire una relazione riconoscibile con il pubblico potrebbe diventare uno degli asset più preziosi per aziende, professionisti e creator.

Il successo dei podcast è un ottimo esempio di questa dinamica.

Secondo Edison Research, il consumo di podcast continua a crescere e nel 2026 ha raggiunto nuovi record negli Stati Uniti. Il fenomeno è particolarmente interessante perché avviene contemporaneamente all’esplosione dei contenuti brevissimi. Non si tratta quindi di una sostituzione del lungo con il corto, ma della coesistenza di due modalità di consumo completamente diverse.

Nel feed stiamo scegliendo cosa guardare. Nel podcast, invece, abbiamo già scelto chi ascoltare.

Questa differenza è fondamentale. Quando seguiamo abitualmente un podcast, conosciamo già la voce del conduttore, il suo modo di ragionare, il tono che utilizza e il tipo di contenuti che possiamo aspettarci. La fase di selezione iniziale è già stata superata. Per questo siamo disposti a concedergli molto più tempo.

Si crea così una forma di familiarità che ha un valore enorme nella comunicazione contemporanea. Non è necessariamente fiducia assoluta e non significa che il pubblico condivida ogni opinione espressa, ma significa che quella persona o quel brand non devono più ripartire da zero a ogni contenuto.

Questo aiuta anche a spiegare perché i creator stanno assumendo un ruolo crescente nel sistema informativo. Pew Research ha rilevato che una quota significativa degli adulti americani riceve regolarmente informazioni da influencer e creator, e che questa percentuale aumenta sensibilmente tra i più giovani. Reuters Institute osserva inoltre come molte persone percepiscano i creator come più accessibili e comprensibili rispetto alle fonti tradizionali, anche quando li considerano meno imparziali.

Non significa necessariamente che il pubblico preferisca contenuti meno autorevoli. Piuttosto, sembra emergere una preferenza per contenuti filtrati attraverso una persona riconoscibile.

Questo cambiamento avrà conseguenze importanti anche per i brand. Per decenni la comunicazione aziendale è stata costruita soprattutto intorno alla notorietà del marchio. Nei prossimi anni potrebbe diventare sempre più importante affiancare alla brand awareness una sorta di “person awareness”, ovvero la capacità di associare un’azienda a persone riconoscibili, competenti e credibili.

È già possibile osservare questo fenomeno in molti settori. Aziende tecnologiche, società finanziarie, studi professionali e persino industrie tradizionali stanno iniziando a utilizzare founder, tecnici, ricercatori o consulenti come veri protagonisti della comunicazione. Non necessariamente perché il brand abbia perso importanza, ma perché una persona facilita la relazione.

In questo nuovo scenario, anche la distinzione tra contenuti brevi e contenuti lunghi perde progressivamente significato. La vera domanda non sarà più quale formato sia migliore, ma quale funzione abbia ogni formato all’interno della relazione con il pubblico.

Un video di pochi secondi può essere molto efficace per interrompere lo scroll e creare curiosità. Un contenuto di qualche minuto può approfondire il problema. Un podcast di quindici o trenta minuti può costruire autorevolezza e familiarità. Una newsletter o una community possono mantenere nel tempo la relazione.

Il contenuto breve, quindi, non sostituisce necessariamente quello lungo. Piuttosto, può diventare la porta d’ingresso verso forme di comunicazione più profonde.

Da questo punto di vista, il funnel della comunicazione digitale potrebbe cambiare radicalmente. Invece di pensare esclusivamente alla sequenza pubblicità, click, landing page e conversione, potremmo immaginare un percorso più lungo nel quale l’attenzione viene acquisita gradualmente.

Nei primi secondi devo essere abbastanza interessante da impedire lo scroll. Nei minuti successivi devo dimostrare di avere qualcosa di utile da dire. Nel tempo devo costruire familiarità e, soltanto dopo, fiducia.

La conversione diventa quindi una conseguenza della relazione, non necessariamente il suo punto di partenza.

Questa trasformazione sarà ulteriormente accelerata dal cambiamento dei motori di ricerca. Per oltre vent’anni una parte enorme della comunicazione digitale è stata costruita intorno a un meccanismo molto semplice: creare contenuti, posizionarli su Google e utilizzare il motore di ricerca come intermediario per portare utenti verso un sito.

L’arrivo delle risposte generate direttamente dall’intelligenza artificiale sta modificando questo equilibrio. Reuters Institute segnala che molti editori prevedono una forte riduzione del traffico proveniente dalla ricerca tradizionale nei prossimi anni, mentre McKinsey considera a rischio una quota significativa del traffico open-web entro il 2030.

La SEO non scomparirà, ma che dovrà evolversi.

Non lavoreremo più soltanto per comparire tra i primi risultati di ricerca. Dovremo anche fare in modo che i nostri contenuti vengano considerati sufficientemente autorevoli da essere utilizzati dai sistemi di intelligenza artificiale nella costruzione delle risposte.

Il sito web, quindi, potrebbe perdere parte del suo ruolo di destinazione per assumere sempre più quello di archivio di conoscenza e fonte verificabile.

Anche i social network stanno seguendo una traiettoria simile. Il peso dei follower sta diminuendo rispetto alla distribuzione algoritmica. Sempre più contenuti vengono mostrati non perché provengono da account seguiti, ma perché l’algoritmo ritiene che possano interessare a una determinata persona.

McKinsey osserva che una quota crescente dei contenuti visualizzati sui principali social viene ormai distribuita attraverso feed algoritmici. Questo significa che avere una grande base di follower continuerà a essere utile, ma garantirà sempre meno la visibilità automatica dei contenuti.

2027-2031: i cinque anni che cambieranno la comunicazione

Se proiettiamo le tendenze attuali, vedo almeno sette trasformazioni importanti.

1. Il sito non sarà più l’unica destinazione

Per vent’anni il percorso è stato quasi automatico: Google → link → sito. Con AI Overview e answer engine questo modello sta cambiando: Reuters Institute segnala che gli editori prevedono un forte calo del traffico proveniente dalla ricerca, mentre McKinsey stima che entro il 2030 potrebbe essere a rischio tra il 20% e il 50% del traffico open-web tradizionale.

Non lavoreremo quindi soltanto per ottenere un click, ma anche per essere citati e utilizzati dalle AI nelle loro risposte. Alla SEO si affiancheranno sempre più AEO e GEO: non basta arrivare primi, bisogna diventare una fonte.

2. I social saranno sempre più motori di scoperta

Una volta vedevamo principalmente ciò che pubblicavano le persone che avevamo scelto di seguire. Oggi vediamo soprattutto ciò che l’algoritmo pensa possa interessarci. McKinsey rileva che oltre il 50% dei contenuti visualizzati su Instagram e oltre il 95% del watch time di TikTok provengono ormai da feed algoritmici.

Il follower continuerà a contare, ma non garantirà più automaticamente visibilità: ogni contenuto dovrà meritarsi nuovamente la distribuzione.

3. L’AI diventerà un nuovo intermediario

Finora il modello era sostanzialmente brand → piattaforma → consumatore. Ora nel mezzo entra l’intelligenza artificiale.

Quando chiederemo “Quale assicurazione conviene?”, “Quale corso scelgo?” o “Qual è il prodotto migliore?”, potremmo non ricevere dieci link da confrontare, ma direttamente una risposta ragionata. La competizione si sposterà quindi progressivamente dal ranking alla raccomandazione: non soltanto essere trovati, ma essere suggeriti.

4. Più AI avremo, più cercheremo autenticità

Ed ecco il paradosso: mentre aumenteranno contenuti sintetici, avatar e voci artificiali, potrebbe crescere il valore di ciò che percepiamo come autenticamente umano: esperienza, opinione, ironia, imperfezione e competenza riconoscibile.

Edison Research rileva infatti che il 69% dei consumatori settimanali di podcast accetta l’AI utilizzata dietro le quinte, mentre molti sono più preoccupati quando rischia di sostituire creatività e credibilità. Il principio potrebbe essere semplice: AI per potenziare le persone, non per cancellarne l’identità.

5. Dalle impression alla profondità

Milioni di impression continueranno a fare bella figura nei report, ma conterà sempre di più ciò che accade dopo: quanto tempo una persona trascorre con noi, se ritorna, se ci cerca spontaneamente, se ci ricorda e soprattutto se si fida.

Accanto alla tradizionale share of voice, inizieremo quindi a ragionare sempre più in termini di share of attention e, soprattutto, share of trust.

6. I brand diventeranno piccoli media

Quattro post al mese con la foto del prodotto e “Scopri la nostra offerta” difficilmente potranno essere considerati ancora una strategia editoriale.

I brand più evoluti costruiranno piccoli ecosistemi fatti di video, approfondimenti, podcast, newsletter, community e persone riconoscibili. Il prodotto resterà centrale, ma sarà inserito all’interno di una narrazione più ampia. L’obiettivo sarà passare da interrompere qualcuno per vendergli qualcosa a diventare qualcuno che vale la pena seguire.

7. I creator diventeranno aziende editoriali

Anche il creator cambierà. AI generativa e strumenti di produzione sempre più accessibili permetteranno a una singola persona, affiancata da pochi professionisti e diversi agenti AI, di fare ciò che un tempo richiedeva una piccola redazione.

Il creator del 2030 potrebbe quindi assomigliare molto meno all’influencer del 2020 e molto più a una micro media company costruita intorno a una persona, con podcast, newsletter, community, eventi, prodotti e servizi.


Ogni contenuto dovrà riconquistarsi continuamente il diritto di essere visto.

Ed è esattamente per questo che nei prossimi anni i brand dovranno smettere di comportarsi soltanto come inserzionisti.

La pubblicità continuerà naturalmente a essere fondamentale, ma affidarsi esclusivamente alla pubblicità significa dover acquistare continuamente nuova attenzione. È un modello che può diventare sempre più costoso in un mercato nel quale tutti competono per pochi secondi della stessa persona.

Costruire un ecosistema editoriale permette invece di trasformare parte dell’attenzione acquistata in attenzione proprietaria.

Un’azienda può utilizzare un video breve per farsi scoprire, un podcast per approfondire, una newsletter per mantenere il contatto e una community per creare relazione. Il punto non è essere presenti ovunque, ma costruire un percorso coerente attraverso formati differenti.

Per questa ragione credo che nei prossimi cinque anni molte aziende diventeranno progressivamente piccole media company.

Non necessariamente apriranno una redazione tradizionale, ma inizieranno a produrre contenuti con una logica editoriale continuativa. Invece di parlare soltanto di prodotti e servizi, parleranno dei problemi, delle trasformazioni e delle domande che interessano il proprio mercato.

Un’azienda che opera nell’energia non parlerà soltanto dei propri impianti, ma del futuro dell’energia. Un veterinario non parlerà soltanto della propria clinica, ma di prevenzione, casi clinici e nuove tecnologie. Un consulente finanziario non parlerà soltanto dei propri servizi, ma aiuterà le persone a comprendere decisioni economiche sempre più complesse.

In questo modo, il brand smette di essere semplicemente qualcosa che interrompe una conversazione per vendere e diventa parte della conversazione stessa.

La figura del creator nel 2030 evolverà: potrà essere una piccola impresa editoriale costruita intorno a una persona

Il creator del 2030 potrebbe essere molto diverso dall’influencer che abbiamo conosciuto negli anni Dieci. Potrà essere una piccola impresa editoriale costruita intorno a una persona, supportata da strumenti di intelligenza artificiale e da pochi collaboratori altamente specializzati.

L’intelligenza artificiale potrà occuparsi di ricerca, trascrizione, traduzione, montaggio, analisi dei commenti, adattamento dei contenuti e distribuzione. Questo consentirà a singole persone o piccoli team di produrre una quantità di comunicazione paragonabile a quella che oggi richiede strutture molto più grandi.

Ma proprio perché la tecnologia renderà più facile produrre, aumenterà il valore di ciò che la tecnologia non può automaticamente creare: reputazione, esperienza, punto di vista e fiducia.

Le persone non hanno necessariamente smesso di leggere.

Leggono continuamente messaggi, recensioni, commenti, newsletter, sottotitoli, chat e risposte generate dall’intelligenza artificiale. Quello che è cambiato è il modo in cui decidono dove investire il proprio tempo.

Probabilmente leggeranno sempre meno contenuti semplicemente perché esistono e sempre più contenuti perché percepiscono un valore concreto nella relazione con chi li produce.

Per questo, se dovessi sintetizzare l’evoluzione della comunicazione digitale nei prossimi cinque anni, non direi che andremo verso contenuti sempre più brevi. Direi piuttosto che andremo verso una comunicazione sempre più selettiva.

I contenuti brevi serviranno a farsi scoprire. I contenuti lunghi serviranno a costruire autorevolezza. L’intelligenza artificiale aumenterà enormemente la capacità produttiva, ma allo stesso tempo renderà più difficile distinguersi. I motori di ricerca diventeranno sistemi di risposta. I social diventeranno sempre più sistemi di raccomandazione. I creator diventeranno piccoli editori. E i brand più evoluti dovranno imparare a costruire relazioni prima ancora di costruire campagne.

La vera competizione non sarà essere visibili, ma scelti.

Perché possiamo ancora guardare un video di un’ora, ascoltare un podcast durante tutto il tragitto verso il lavoro o leggere un articolo di duemila parole. Quello che non siamo più disposti a fare è concedere automaticamente il nostro tempo a chi non ci dà rapidamente una buona ragione per farlo.

Non abbiamo perso l’attenzione.

Abbiamo semplicemente imparato a proteggerla.

E probabilmente questa sarà una delle più importanti regole della comunicazione digitale del prossimo decennio.

Tra le fonti principali che ho utilizzato: Adobe — 2026 AI and Digital Trends, Edison Research — The Podcast Consumer 2026, Edison Research — The Infinite Dial 2026, Reuters Institute — Journalism, Media and Technology Trends 2026, Reuters Institute — evoluzione del podcasting, Pew Research Center — America's News Influencers e McKinsey — The Agentic Advertising Economy.
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